I conti di Alitalia: come ti frego lo studente

Alitalia ha ottenuto un prestito di 300 milioni che dovrebbe consentirle di tirare avanti per qualche mese in attesa del cambio ai vertici del Governo. Somma che è stata tolta al “Fondo rotativo per la ricerca e l’innovazione”, e che dovrebbe essere restituita entro la fine dell’anno. Salvo che l’azienda non dichiari bancarotta, ovvio.
Di oggi la notizia delle perplessità della Commissione Europea sulla manovra, e sui malumori di Ryanair, pronta a dare battaglia. E meno male.
Una breve scorsa alle statistiche del Miur sul numero degli iscritti alle Università nell’anno 2006-2007 (sono 1.809.186) può abbozzare un’idea di quante possano essere le risorse economiche dell’indotto universitario. Si tratta di un sistema che genera un indotto pauroso, non solo nelle università, ma anche nelle città universitarie, a fronte di un’investimento in ricerca a livello di PIL che già è uno zerovirgolaqualcosa.
Quando si tolgono soldi a uno straricco e supercoccolato comparto Ricerca, seppur temporaneamente, -o almeno si spera- per allocarli a tamponare l’ennesima situazione di crisi di un’azienda, si stanno togliendo soldi ai ricercatori di oggi e di domani.
Per un’azienda che ha 17.000 dipendenti e che, stando a Report, ha ricevuto dal 1997 contributi statali per poco meno di 7 miliardi di Euro, liquidando somme mostruose agli ex amministratori delegati.
Forse un buon modo per far sì che lo Stato investa sui ricercatori, è farli assumere tutti in Alitalia.
Mago Merlino e la politica
La campagna elettorale volge quasi al termine e nel continuo scambio di battute tra i vari partiti, al di là delle promesse, è difficile, non solo per me, capire esattamente il come di tante belle proposte.
Rivolgimenti o decisioni coraggiose richiedono sacrifici, e qualche classe sociale dovrà farli, ma indicare con troppa esattezza chi sarà premiato / punito a seconda del voto rischia di avere i suoi effetti collaterali. Chi voterebbe infatti un governo che promette di accanirsi contro medici/professori/camionisti/tassisti se appartenesse a una di queste categorie? Perciò meglio puntare su ampie promesse, così non si rischia di scontentare nessuno.
Sembra che nominare i problemi valga ad esorcizzarli, come se fosse più importante parlarne che risolverli. Vero è che i due linguaggi, quello esortativo della campagna elettorale e quello dell’amministrazione, sono differenti. E tanti motivi, tra cui il fatto che i fondi versati a sostegno delle campagne non siano pubblici (o almeno pubblicizzati), non concorre a rendere il sistema più trasparente. Ma non mi ci vedo a rieleggere un capo condomino ladro, neanche se facesse la migliore campagna di comunicazione di tutti i tempi.
Arbitro!? Fallo!
Certo che tra questo e quest’altro, non saprei cosa pensare, se non che non nulla è mai chiaro, nella politica del nostro paese, come anche a quali regole si giochi, tra una legge elettorale e un sistema di assegnazione dei voti. Condivisibile mi sembra però quello che ha detto Montezemolo ieri. Certo non è il primo che parla di “campagna permanente”, ma è singolare come si cerchi di espandere nel tempo – e ripetere più volte – l’eccitazione alla vigilia di una partita di calcio. Tanto le regole sono fatte per essere cambiate… e tanto più spesso si gioca, tanto più spesso è possibile che si vinca tutti… e che si mantengano vive le speranze di chi – temporaneamente – perde.
Il trionfo negli occhi di chi guarda
Chi si occupa di campagne elettorali di sicuro lo sa già, ma che qualcuno ne ricavi un paradigma scientifico mi sembra notevole. Sogno già che tra qualche anno si possano dedurre conclusioni al limite del fantascientifico… come un legame tra l’avvenenza dei politici e l’andamento dell’economia di un paese.
Berlusconi & Rutelli: come ti frego l’elettore
Ho l’onore, come dice un mio amico (che peraltro mi sgrida tutti i giorni perchè non aggiorno) di conoscere il nome di tutti e tre i miei lettori
però porgo comunque pubbliche scuse per la lunga vacanza.
La latitanza è dovuta all’ennesimo trasloco, anche se non tralascerei il fatto che non sono brava a postare “quello che ho mangiato a cena”.
Non che io sia abituata a sconvolgenti colpi di genio da parte della mia modesta massa grigia. Comunque. Ieri sono uscite delle notizie meravigliose. Veramente. Rutelli ribadisce la solita genialata del sistema alla tedesca. Pare che secondo lui questo dia al nostro paese una “prospettiva credibile”. Sulla stessa falsariga le dichiarazioni di Berlusconi, che ormai esplora opportunità di alleanze in una saga degna di Tolkien.
Entrambi, e non solo loro, sono convinti che cambiando nome e confezione al prodotto, la gente lo andrà a comprare lo stesso. Come nella prima lezione di marketing. Si individua l’end benefit, che in genere ha a che vedere con la soddisfazione profonda di un individuo (del genere comprare un vestito per la soddisfazione di piacere) e ci si costruisce sopra un prodotto, e una comunicazione.
La declinazione attuale sarebbe più o meno: faccio un partito nuovo, magari svalutando il vecchio, in modo da prenderci bene le distanze, e costruisco così un nuovo prodotto con una prospettiva più credibile. Oppure svaluto il sistema elettivo, che è sicuramente la fonte di tutti i mali possibili.
Questo dovrebbe garantire il voto/una rinata credibilità. Sarà. La seconda lezione di marketing dice però che se un prodotto non è buono, non è cambiargli la confezione che ne migliorerà la qualità. Con questo non voglio dire che le prossime urne saranno disertate. Ci mancherebbe. Siamo sempre italiani, dopotutto.
Al popolo non interessa…
Mi ha colpito un lancio di agenzia letto or ora sull’Adnkronos… Calderoli che questo pomeriggio afferma che al popolo non interessano “partiti unici”. Non per fare dei facili moralismi, ma come a molti anche a me non sembra che la dicotomia “noi siamo il bene, loro sono il male”, possa incantare in eterno il “popolo”… io avrei preferito essere chiamata cittadina, ma l’annesso simbolico è differente. Al di là del numero dei partiti… 85, 90… e chi lo sa più, forse l’idea di due partiti non è poi da buttar via. Perlomeno nell’ottica di risparmiare qualche euro di finanziamenti pubblici ai restanti 83… 88 partiti. Anche se probabilmente vedrebbero nuovamente la luce con un nome e modalità differenti, come sempre capita.
Forse il pensiero di Montezemolo sintetizza meglio di Calderoli il paradigma di governo dell’Italia. Mi viene anacronisticamente da pensare a Giulio Cesare che innalza il numero di Senatori e raddoppia il numero di cariche amministrative per annacquarne il potere.

…quam diu etiam furor iste vestri nos eludet?
italia.it?
Chissà se è il caso di ridere oppure di piangere.
Ragione e sentimento
Non credo che la democrazia che abbiamo costruito nel nostro paese sia la migliore possibile. Non solo per l’enorme numero di persone “al potere” chi più chi meno vicine al territorio. La frammentazione del potere si concretizza in una miriade di legami che rendono impossibile, o molto difficile, prendere decisioni. La frammentazione del voto porta i governanti a essere legati. La quantità di soldi in ballo porta i candidati a essere legati a chi quei soldi, in qualche modo, glieli fornisce. Oltre che alle scorciatorie cognitive di chi vota.
Gli scarsi risultati alle primarie dei Gawronski e Adinolfi di turno dimostrano quanto possa fare o non fare la visibilità sui media. L’esempio di Scalfarotto dimostra che forse, per ora, il web può non essere sufficiente. Gli esempi di Berlusconi, di Veltroni dimostrano che non abbiamo bisogno di una persona preparata, ma che abbiamo bisogno di simboli. Che votiamo i sogni.
La relazione tra il votando e il buon governo è come quella fra un simbolo e il suo referente. Un legame indiretto. Immotivato. Arbitrario. Rimbalza tra convinzione e seduzione.
Il principio di rappresentatività ci fa credere di poter eleggere persone come noi ma migliori. Come noi ma diverse da noi. Il rappresentante non è il rappresentato. Risponde a logiche diverse. Ha debiti diversi da chi al potere non ci sta. Hanno tutta la mia comprensione. Ma questo non rende la nostra “democrazia” meno fasulla.

